Un’eloquente stretta di mano

Questa foto vale più di mille dibattiti.

Gruber e Vannacci che si stringono la mano, sorridenti, sotto le luci dello studio di Otto e Mezzo. Due vecchi soci che si congedano dopo una riunione andata bene. Perché, in fondo, è andata bene. Per entrambi.

Un copione trito e ritrito: domande indignate ma mai davvero scomode, risposte propagandistiche mai davvero smontate, e alla fine il sipario cala con ognuno che torna a casa con il suo bottino elettorale. Uno con la patina della resistenza civile. L’altro con la conferma che il sistema lo teme.

Il pubblico a casa, diviso in due tifoserie, convinto di aver assistito a uno scontro epocale.

Non c’è esempio migliore di come funzioni la macchina della propaganda del potere politico.

Perché la mancata integrazione, il degrado reale che esiste nelle periferie, la tensione sociale che cresce, sono problemi che né la destra né la sinistra hanno interesse a risolvere. Anzi, sono una risorsa.

La destra ci ha costruito sopra un’intera identità politica. Il nemico esterno, il diverso, la colpa che non è mai nei meccanismi ma sempre in disperati che arrivano a rubarci qualcosa (identità, lavoro, le donne). Vannacci è il prodotto più puzzolente di questa logica: non dice nulla di nuovo, dice solo ad alta voce quello che il sistema già fa sottovoce da decenni. Confini, gerarchie, il “noi” contro “loro”. Una narrativa che non richiede alcuna analisi della realtà, solo un bersaglio verso cui dirigere una società imbizzarrita, atomizzata e depauperata culturalmente e umanamente.

Ma la sinistra, quella che si siede dall’altra parte del tavolo con la faccia indignata, cosa ha fatto? Ha usato persone come Vannacci e le loro ideologie come si usa uno specchio deformante: per sembrare migliore senza dover davvero essere migliore. Ha preso il razzismo, lo ha incorniciato, lo ha appeso al muro come prova della propria superiorità morale, e nel frattempo non offre nessuna reale e concreta risposta al cittadino che vive nel degrado, dove mancano i servizi, dove la convivenza è lasciata a se stessa senza strumenti, senza risorse, senza nessuna visione che non sia uno slogan.

E così Vannacci cresce. E la sinistra, a telecamere spente, ringrazia.

Perché senza il “fascismo” da combattere, cosa resterebbe alla sinistra? Non avendo un reale progetto di trasformazione sociale, non avendo più come obiettivo la concreta difesa dei lavoratori né dei più vulnerabili, le resta solo fingersi una diga. E le dighe hanno bisogno che ci sia l’alluvione. O la percezione di un’alluvione. Paradossalmente una destra forte serve alla sinistra quanto la paura dello straniero serve alla destra.

Il problema dell’integrazione nasce dall’abbandono sistematico delle periferie, dalla precarietà strutturale, dalla competizione che il sistema economico impone tra coloro che stanno in basso, dalla mancanza di spazi sociali, di reti comunitarie, di qualsiasi forma di mutuo soccorso che non sia mediata da un’istituzione o da un partito. Nasce dal fatto che si buttano insieme persone disperate senza dargli nulla, e poi ci si stupisce che esploda la tensione. E poi si usano quelle esplosioni per fare politica.

Destra e sinistra fingono di litigare su chi abbia la colpa senza toccare ciò che andrebbe cambiato perché cambiare davvero significherebbe mettere in discussione le fondamenta, e le fondamenta reggono il palazzo dove entrambi dimorano. Sono due lati di una stessa medaglia, le due facce di uno stesso potere.

Quella stretta di mano rappresenta la firma in calce a un contratto non scritto: noi continuiamo a fingere di essere rivali, il potere continua a rimanere intoccato, e il popolo continua a essere diviso, incollato davanti agli schermi, a tifare per uno dei due soci che si stringono la mano.

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